C’è un passaggio a me molto caro nell’opera “Il cammino dell’uomo” del padre del pensiero dialogico, Martin Buber. E mi piacerebbe che lo facessimo nostro come singoli e come comunità, quale augurio per il Nuovo anno.

Riprendo le seguenti parole: “Chi parla sempre di un male che ha commesso e vi pensa sempre, non cessa di pensare a quanto di volgare egli ha commesso, e in ciò che si pensa si è interamente, si è dentro con tutta l’anima in ciò che si pensa, e così egli è dentro alla cosa volgare; costui non potrà certo fare ritorno perché il suo spirito si fa rozzo, il cuore s’indurisce e facilmente l’afflizione si impadronisce di lui…”. Di contro l’invito: “…Volta continuamente le spalle al male, non ci ripensare e fa’ il bene”.

Dalla riflessione di questa visione impariamo a “giungere alla propria pienezza” e purificazione ma “non a vantaggio di sé stesso”, e della propria e sola salvezza, bensì “bisogna dimenticare sé stessi e pensare al mondo”.

La prima indicazione, dunque, è quella di aprirsi al Nuovo generando un rinnovamento, sì individuale e non in termini egocentrici, ma nell’ottica della cor-responsabilità. Fare ad esempio, il lavoro per la propria realizzazione, ma farlo bene sapendo che contribuiamo a costruire qualcosa di buono per un mondo migliore, rinnovato anch’esso, e così in tutti i campi dove ci troviamo.

Se critichiamo e condanniamo, e ci lamentiamo continuamente ma non operiamo e contrapponiamo alcuna alternativa di bene, non ci sarà nessuna redenzione né individuale e né comunitaria.

Riprendendo Buber ripensiamo al vissuto fino ad oggi del genere umano. Siamo tutti in cammino, e lo siamo insieme, e tutti desideriamo un nuovo anno libero dal male, dalle guerre e dai soprusi, un anno improntato al bello, al buono e al giusto.

In questo processo, secondo l’insegnamento chassidico dobbiamo stare attenti al pericolo dell’orgoglio, di chi sicuramente ha fatto qualcosa di buono per sé stesso e per questo si innalza o compiace, ma è una strada cieca che non crea rinnovamento; siamo chiamati a scegliere l’umiltà, “l’umile che in ogni cosa pensa al mondo”.

E credo che proprio su questo tema possiamo lasciarci ispirare da chi è stato un grande rinnovatore della Chiesa e della comunità umana, Francesco d’Assisi che improntò la sua esistenza alla semplicità e umiltà. Nell’Ottavo centenario della sua morte (1226-2026) anche la Basilicata vive i numerosi segni della presenza francescana, dai luoghi ai testimoni. Un legame alimentato anche dai gemellaggi e dai Presepi realizzati che richiamano quanto Francesco meditava: l’Onnipotenza di Dio sceglie l’umiltà di farsi uomo in una mangiatoia.

Ripartiamo dunque da tutto ciò che ci accomuna in un’umanità fraterna e orientata al bene.

Chiudo con le parole di Rabbi Mendel di Kozk, nel già citato volume: “Cosa chiedo a ciascuno di voi? Tre cose soltanto: non sbirciare fuori di sé, non sbirciare dentro agli altri, non pensare a sé stessi”.

Maria De Carlo – Direttora

(Ripropongo Editoriale pubblicato il 31 dicembre sul quotidiano online Speciale 2025 Cronache lucane)

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