“Signori si nasce ed io modestamente lo nacqui”; “Siamo uomini o caporali..”; “Armiamoci e partite”; “Lei è un paziente che non ha pazienza…e che paziente è”; “La morte è una livella”; “Parli come badi sa…”; “E’ una ciofeca..”; “I pazzi vanno sempre assecondati…”; “Più conosco gli uomini e più amo le bestie”; e “pinzillacchere”, “fa d’uopo”, “quisquiglie”…
Solo alcune delle espressioni e neologismi più celebri di Antonio De Curtis, in arte Totò (per i neologismi fu citato nella Storia linguistica dell’Italia come esempio di efficacia linguistica). E quante volte li abbiamo pronunciati per parafrasare situazioni o persone. Totò viene celebrato non solo nella sua rione Sanità (dove è nato il 15 febbraio del 1898), ma tutta Napoli e tutti gli appassionati del mondo artistico oltre a una varietà di pubblico che ama al contempo il personaggio Totò e l’uomo, il poeta, il compositore, il filosofo Antonio De Curtis.
Ed io sono tra questi. Aver visto da bambina per la prima volta un suo film è stato come un coup de foudre – a prima “visione”. Da allora è diventato amico e compagno di viaggio per interpretare la vita e l’umanità. Forse avrò visto i suoi film centinaia di volte, e continuo a vederli senza mai stancarmi.
Il fascino per la Commedia di Totò è dettato dal suo mettere in scena l’umanità in tutte le sue sfaccettature. Mette a nudo l’umo, “Ci sono – diceva – uomini, mezzi uomini, ruffiani, pucchiacchiell, e quaquaraquaà”.
Totò attraverso l’ironia fa un capolavoro di discesa nel profondo dell’umanità, di presa di coscienza, di “verità”…di umiltà. Totò avrebbe avuto sicuramente un posto d’onore nell’Olimpo degli dei per l’ironia con cui presenta e ridicolizza alcuni personaggi (stereotipi di una vasta rappresentanza) riportandoli nella loro propria condizione di finitudine e di miseria, e smontando così quella superbia e tracotanza tanto ripugnata e punita dagli dei. Tutti gli aspetti dell’umano, sia negativi che positivi, sono interpretati da Totò con una maestria davvero unica e geniale.

Una maestria che nasce sicuramente dalla sua unicità e originalità, ma anche dal cuore, dalla sua grande magnanimità e generosità. Vittorio De Sica così lo ricordava: “Ricordare l’uomo Totò mi riempie di commozione: era veramente un gran signore, generoso, anzi, generosissimo. Arrivava al punto di uscire di casa con un bel po’ di soldi in tasca per darli a chi ne aveva bisogno, e comunque, a chi glieli chiedeva”. Ed io stessa ricordo di un racconto fattomi da ragazza da un’amica napoletana, di quando Totò da Roma andava di notte a Napoli e lasciava sotto lo zerbino delle case più povere un po’ di soldi.
La sua generosità si estendeva anche agli animali, in particolare ai cani, nel ’65 infatti fece costruire a Roma un canile: “L’Ospizio dei Trovatelli”.
Una grande umanità la sua, carica anche di sofferenza, si pensi, in particolare al suicidio (perché lasciata da Totò) della soubrette Liliana Castagnola. Un fatto questo che segnò la sua vita. Decise infatti che fosse tumulata nella cappella di famiglia e poi diede il nome di Liliana a sua figlia. A lei poi dedicò questa poesia:
“E’ morta, se n’è ghiuta ‘n paraviso./ Pecchè nun porto ‘o llutto? Nun è cosa/ rispongo ‘a gente e faccio ‘o pizzo a riso/ ma dinto ‘o core è tutto n’ata cosa!”.
La sua arte è un capolavoro, nei suoi film anche le opere dei classici da lui rivisitate (ad es. le Commedie di Plutarco, Macchiavelli, Pirandello, Manzoni…). Solo un accenno. Un grande attore dunque, anche nei capolavori tratti dal mondo letterario, penso a “47 morto che parla”, “La Mandragola”, “La patente”, alle numerose parodie, come quella sui Promessi sposi con “Il monaco di Monza”… o anche “Che fine ha fatto Totò Baby?”, parodia del film “Che fine ha fatto Baby Jane”.

Ridicolizzazione e comicità ma anche sguardo commovente sulla tragica umanità come in “Guardie e ladri, “Napoli milionaria”, “I soliti ignoti”, “L’oro di Napoli”, “Uccellacci e uccellini”….
Totò ci fa riflettere attraverso la risata, e lo fa nei suoi capolavori (ne cito solo alcuni) come “Miseria e nobiltà”, “Il medico dei pazzi”, “Totò a colori” con il mitico Scannagatti, e ancora “Totò, Peppino e le fanatiche”, “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”, “Totò contro Maciste”, “Totò Diabolicus”, “Un turco napoletano”…. E l’elenco potrebbe continuare Sono infatti quasi un centinaio i film da lui interpretati. E a rendere Totò immortale sono stati anche i suoi grandi compagni di lavoro, come Peppino De Filippo, Nino Taranto, Aldo Fabrizi, Mario Castellani, etc, oltre ai registi che lo hanno diretto.

La notizia di alcuni anni fa, di aver conferito ad Antonio De Curtis (su proposta di Renzo Arbore) la Laurea honoris causa alla memoria in “Discipline della Musica e dello Spettacolo. Storia e Teoria” da parte dell’Università degli Studi di Napoli ci rende orgogliosi. Era ora, verrebbe da dire. Perché a questi grandi e numerosi festeggiamenti sembra fare eco una riflessione di Totò: “Il mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo Paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire”. L’uomo Antonio De Curtis svela il suo animo triste a causa delle incomprensioni da parte della critica che non l’apprezzò in vita, anche se vincitore di due Nastri d’argento per i film “Guardie e ladri” di Steno e Monicelli e “Uccellacci e uccellini” di Pasolini.
Totò è anche un filosofo quando riflette sulla vita e sulla morte. In un’intervista rilasciata ad Oriana Fallaci dice: “…quella mia battuta «siamo uomini o caporali» non è affatto un gioco. Il mondo io lo divido così, in uomini e caporali. E più vado avanti, più scopro che di caporali ce ne son tanti, di uomini ce ne sono pochissimi»... Caporali, vede, son quelli che voglion essere capi. C’è un partito e sono capi. C’è la guerra e sono capi. C’è la pace e sono capi. Sempre gli stessi. Io odio i capi come le dittature, le botte, la malacreanza, la sciatteria nel vestire, la villania nel parlare e mangiare, la mancanza di puntualità, la mancanza di disciplina, l’adulazione, i ringraziamenti….”.

Ancora filosofo sulla sua situazione di cecità e sulla felicità inoltre commenta sempre alla Fallaci: “Secondo logica, dico: stabilito che le disgrazie sono fatte per gli uomini, perché arrabbiarsi contro le disgrazie? Sarebbe come arrabbiarsi perché piove, o perché c’è il sole, o perché si muore. La morte esiste, la pioggia esiste, la cecità esiste: e ciò che esiste va accettato. Disperarsi a che serve? A vederci meglio? Bisogna adattarsi: prima per esempio scrivevo a mano, ora detto al magnetofono. Prima leggevo molto. Ora mi faccio leggere. E poi proprio cieco non sono: da un occhio, sì, non vedo quasi nulla, ma dall’altro vedo la periferia. Cioè, se mi metto di profilo, io frego l’occhio e la vedo come se stessi di faccia. Posso anche recitare e, infatti, vede: continuo a lavorare, lavoro. Né questo mi rende infelice. Signorina mia, ciascuno ha da portare una croce e la felicità, creda a me, non esiste. L’ho scritto anche in una poesia: «Felicità: vurria sapé che d’è / chesta parola. Vurria sapé che vvo’ significà». Forse vi sono momentini minuscolini di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza.”
E poi c’è Antonio De Curtis compositore -la canzone più conosciuta è Malafemmena.
Antonio De Curtis poeta. Numerose liriche dedicate all’amore e all’esistenza. Sulla morte, nella poesia ‘A livella, si legge: ‘A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella. /’Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,/ trasenno stu canciello ha fatt’o punto/ c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:/ tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?
Chiudo questo mio breve ricordo di affetto e di ammirazione per Totò con la Preghiera del clown (dal film “Il più comico spettacolo del mondo“): “…Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola, ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura. C’è tanta gente che si diverte a far piangere l’umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla. Manda, se puoi, qualcuno su questo mondo, capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri”.

Maria De Carlo – Direttora (art. pubblicato sul quotidiano Roma nel 2017 e rivisitato)
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