“Albania: Portrait of a country in transition”. E’ il titolo del saggio in inglese dell’antropologa Clarissa de Wool che cattura la mia attenzione mentre girovago in una libreria dell’aeroporto di Tirana; se Enver Hoxha potesse vedere il flusso di visitatori che oggi scalano la sua “Piramide”, simbolo del Regime allora e hub creativo e luogo di incontro a pochi passi da Piazza Skanderbeg oggi, rimarrebbe a dir poco esterrefatto.  Oggi la struttura, che sfoggia 114 scalini in cemento, rappresenta un’Albania in cambiamento.

La cima è un luogo eccellente da cui ammirare l’orizzonte della capitale albanese: la struttura architettonica ricalca l’aquila  della sua bandiera con le ali spiegate, adesso è divenuto spazio espositivo, congressuale, iconico della città.  Nel vortice del cambiamento gli Albanesi si opposero alla sua rimozione, non certo per sentimenti di rimpianto verso il suo creatore ma perché la storia, anche quella più grigia è sempre la loro storia, la nostra storia.

Mi trovo in cima e ammiro un magnifico tramonto: il sole si adagia lentamente dietro i Balcani che fanno da cornice al versante orientale della città, il cielo si macchia di rosso infuocato da dove troneggia imponente la Grande Moschea Namazgja, la più grande dei Balcani che ci avvisa della sua presenza con  il richiamo alla preghiera in pieno Ramadan.  Imponente e maestosa si fonda con la street art, il restyling urbano e mi ricorda ancora una volta quella storia controversa che tanto mi coinvolge e che mi inviterà ad aprire una parentesi successiva per cui Tirana è solo  un pretesto…

E’ davvero ancora una volta stupefacente l’eco del Muezzin e nel bel mezzo una città colorata, accogliente, vivace, divertente, piacevolmente frenetica, profusione di colori e luci, spezie orientali e insalata greca,  gradevole al viaggiatore spensierato e inconsapevole e nel contempo al più acuto osservatore che non si lascia troppo ammaliare dalla street art e dai coffee shop per comprendere invece che c’è una Tirana che reinventa se stessa

Non che possa vantare patrimoni architettonici della levatura delle città dell’ “Europa convenzionale”; non mi trovo di certo su “Trinità dei Monti” ad ammirare lo stesso tramonto sulla cupola di San Pietro.

E’ trascorso qualche anno da quando ho fatto la prima conoscenza di questa città; il Museo di Storia Nazionale è chiuso per lavori di restauro, mi accontento di visitare il  bunkart n. 2

Cosa cerco esattamente? Di avvertire le suggestioni del diverso ma familiare, del vicino e del lontano,  forse per l’accoglienza e la cordialità degli Albanesi.

I palazzi del realismo socialista qui hanno subìto,  forse più che altrove, un vero make-up.  I segni del cambiamento, della transizione al liberismo di mercato nei suoi annessi e connessi, nel bene e nel male sono più che visibili. Chi  governa il processo lo ha innescato bene, gli albanesi pure e con essi il PIL del Paese.

Cantieri dappertutto, sky-bar e sky-line;  io non voglio di certo  mettere a confronto il patrimonio urbanistico e storico di Tirana con Parigi o Londra; forse è per  la mia deformazione didattica che vorrei coltivare nel lettore lo spirito critico dell’osservatore.

Visitare Tirana è cogliere una accelerazione al cambiamento in autonomia. Avverto alcune provocazioni e mi interrogo: Tirana è l’esempio che  “possiamo farcela” anche senza l’Europa?, senza l’ala “protettrice e soverchiante” dell’U.E ?,  stiamo fuori o no dall’ultimo fallimentare baluardo di un “Occidente corroso”? Forse varrà la pena di spendere molte parole più avanti. Pazienza per i turisti che ancora devono aggirare i costi del roaming extra U.E …!

a cura di Maria Caruso (nella foto sottostante)

 

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