La disabilità è sempre esistita, ma il modo di considerarla è cambiato nel corso dei secoli, in rapporto al contesto storico, culturale e sociale.

Da docente e da cittadino membro di una società civile, accogliente, inclusiva e orientata al bene della persona, vengo chiamata in causa quando durante l’estate i ragazzi e le loro famiglie si trovano a vivere non pochi disagi.

Nell’antichità le persone con malformazioni fisiche o mentali erano spesso escluse dalla società e considerate inferiori.
Un primo mutamento radicale si ebbe con Ippocrate, il quale rifiutò l’idea secondo cui le malattie mentali fossero causate da spiriti maligni.
Successivamente il medico greco Ippocrate introdusse una spiegazione scientifica della malattia.
Con il finire del periodo storico Medievale si trasmette ancora una volta un punto di vista della visione superstiziosa della malattia.
Le persone con disturbi psichici venivano considerate possedute dal demonio e furono creati i primi manicomi, luoghi destinati soprattutto all’isolamento che alla cura.
Il lato della medaglia positivo si riscontrava nelle istituzioni religiose che offrivano ricovero e protezione.
Solo con l’avvento dell’Illuminismo si iniziava ad intravedere uno spiraglio di luce, grazie all’emanazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, che affermava il diritto all’uguaglianza di tutti gli individui indipendentemente dal ceto sociale, sesso, razza, condizioni fisiche e psichiche.
Nacquero così in Francia e in Inghilterra le prime strutture dedicate alla cura delle persone con disabilità.
In Italia l’assistenza specializzata arrivò più tardi.
Una funzione importante fu quella da parte del neuropsichiatra S. De Sanctis, che nel 1898 fondò a Roma un centro per la cura dei bambini con deficit psicofisici.
In quegli anni nacque la prima scuola magistrale ortofrenica curata da Maria Montessori, con la stretta collaborazione dello stesso De Sanctis.
Lo scopo era formare insegnanti capaci di educare i bambini con difficoltà cognitive.
Successivamente vennero istituite le prime scuole speciali per i bambini con disabilità, ma li separavano dagli altro alunni.
Durante il periodo fascista l’attenzione non fu rivolta all’inclusione, ma alla separazione.
Con la riforma Gentile (1923) venne esteso l’obbligo scolastico ai sordomuti che non presentavano altre disabilità e l’istruzione continuò ad essere impartita in classi differenziali.
Nel 1933 furono introdotte ulteriori scuole speciali per bambini definiti “anormali” e per ragazzi affetti da malattie contagiose.
Solo nel secondo Novecento si svilupperà il principio dell’integrazione e poi, solo negli anni ’90 dell’inclusione scolastica.

Seppur sinteticamente possiamo constatare quanto sia stato lungo il percorso che ha portato a parlare e ad attuare politiche di inclusione. E a chi ripropone separazioni, ci chiediamo se noi oggi possiamo pensare di tornare indietro, accettando la proposta di scuole speciali? Non è forse segno di regressione? Quale attenzione abbiamo per l’umano nella sua interezza?

a cura di Federica Corbisiero

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