Nel mondo greco la bellezza nasceva dalla virtù.

Per Socrate era la luce del cuore e per Aristotele essa non era solo esteriorità, ma dipendeva da un misurato equilibrio tra sensi e intelletto.

La bellezza vera generava armonia.

Oggi, purtroppo, è stata svuotata di ogni significato intrinseco ed è divenuta l’emblema della materialità che caratterizza la nostra epoca.

La pressante ostinazione nel voler riconoscere come valore assoluto solamente ciò che appare in superficie, ci ha inevitabilmente condotto a una visione riduzionistica dell’individuo che è divenuto solo ed esclusivamente un corpo da esibire.

La Bellezza esteriore ha fagocitato l’interiorità ed è diventata un’ossessione. Soggiogati dal nostro innato narcisismo abbiamo elevato la bellezza a unico vero valore dell’esistenza, unica via per raggiungere la tanto agognata felicità.

Un’illusione che ci ha resi schiavi della nostra esteriorità.

Come novelli Dorian Gray, osanniamo ossessivamente la nostra bellezza fisica e discapito della bellezza morale.

Dorian Gray, il protagonista del romanzo di Oscar Wilde, stipula un patto con il diavolo per fermare il tempo e rimanere in eterno bloccato nella sua bellezza giovanile mentre invecchierà, al posto suo, il suo ritratto nascosto in una stanza.

E noi, figli della tecnologia, utilizziamo filtri e app per apparire eternamente giovani e belli, mentre la vita ci scorre accanto.

Nessuno sfugge, non solo le donne ma sempre più uomini sono vittime di questo perverso meccanismo,

Le industrie cosmetiche e i centri estetici sfruttano questo nostro desiderio ossessivo di perfezione e di bellezza.

Noi tutti ne veniamo stritolati, senza renderci conto che più tendiamo ad apparire e più sprofondiamo nel vuoto dell’anonimato.

 L’idea del femminile si è appiattita a un’immagine standardizzata, senza anima.

Volti tutti uguali, con le stesse guance gonfie fino a strizzare gli occhi, con le stesse labbra esageratamente pronunciate. Volti statici, impersonali, che non hanno più niente da comunicare e che testimoniano l’impietosa vittoria dell’apparire sull’essere.

La nostra bellezza fagocita vulnerabilità e fragilità, riflessa nel grande specchio della nostra società, risucchia in una immensa bugia che diviene l’unica realtà possibile e ci allontana inesorabilmente dalla vita vera.

Oggi, questo culto angoscioso per la bellezza fisica caratterizza stili di vita estremi come la scelta del magnate americano Bryan Johnson che spende circa due milioni di dollari all’anno in trattamenti medici per mantenersi giovane e in bellezza. Nel suo delirio di giovinezza eterna è arrivato al punto di farsi iniettare in vena il sangue del figlio diciassettenne convinto che il suo plasma possa ringiovanire le sue cellule di cinquantenne.

Un delirio che, secoli fa, ha travolto la sanguinaria contessa ungherese Erzsebet Bàthory.

Vissuta in Transilvania nel XVII secolo, uccise decine di giovani vergini mettendole a capo in giù e recidendo loro la gola.

Una parte del sangue raccolto veniva bevuto dalla donna, mentre la restante quantità veniva versata in una vasca all’interno della quale vi si immergeva, illusa di poter così ringiovanire la sua pelle e mantenere intatta la sua bellezza.

Anche se la maggior parte non arriva a compiere gesti così assurdi come il magnate americano o brutali come la contessa Barthory, è innegabile che la nostra venerazione per la bellezza fine a sé stessa è prioritaria nelle nostre vite.

Spendiamo cifre enormi in creme anti-età o per interventi di chirurgia estetica, illusi che solo ciò che è bello è degno di esistere.

La Bellezza dei nostri corpi è l’unica “verità” che crediamo di possedere!

Siamo disposti a tutto pur di avere un viso da selfie, e abbiamo dimenticato che invece è nell’imperfezione che risiede la bellezza vera.

Un neo, una fossetta, un naso non troppo dritto, sono elementi caratterizzanti, non difetti di cui vergognarci.

Dovremmo fare nostro il principio giapponese del Wabi Sabi che celebra la bellezza di ciò che è imperfetto e che insegna ad accettare l’imperfezione in quanto in essa si trova la bellezza più autentica.

Nulla è perfetto, ma noi ci ostiniamo a voler essere perfetti nella nostra bellezza fisica e questa nostra ossessione ci costringe a focalizzare le nostre esistenze solo sulla versione estetica di noi stessi e pone in secondo piano le nostre reali capacità personali.

La semplicità dell’essere se stessi è stata sommersa dalla perversa complessità del culto della bellezza in un mondo che ha perso di vista la genuinità del vivere.

                                                                                                     Riflessione  a cura di Eliana Vivirito

 

Eliana Vivirito (nella sezione libri del sito, un suo romanzo “Il respiro profondo del mare”)

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