Per EudAnima. Il colporteur di Glaukopis, abbiamo intervistato Enrico Borgatti.
a cura di Alessandro Buscemi
Enrico Borgatti ha 87 anni e vive con l’idea di viverne almeno altri 80. È nato a Ferrara, ha vissuto per circa un decennio a Migliarino, una frazione di Fiscaglia. Ha lavorato a Milano e adesso si gode la sua pensione in Sicilia, a Marsala. Le sue grandi passioni sono state sempre la scrittura e l’imprenditoria.
DOMANDA: In alcune interviste ti sei definito un imprenditore prestato alla scrittura e uno scrittore prestato all’imprenditoria, ci chiarisci meglio la tua affermazione?
RISPOSTA: Questo sono veramente: un imprenditore prestato alla scrittura e uno scrittore prestato all’imprenditoria. A 18 anni ho iniziato a lavorare come imprenditore, ma ho sempre scritto, magari poesiole per sorridere con gli amici: nulla di più, mi piaceva, mi venivano facili. A oltre trent’anni seppi di un concorso per Atti Unici indetto dalla Rai, partecipai, risultai nella rosa di quelli scelti per essere trasmessi e provai la gioia di ascoltarlo su Radio Due. Interpretato da attori allora molto noti tra i quali Gianni Caiafa, Walter Valdi, Evelina Sironi e altri che non ricordo. Rammento le parole del simpaticissimo Presidente della giuria che mi aveva selezionato, si chiamava Folco Portinari, un nome altisonante: quello del padre dell’ispiratrice di Dante Alighieri. Il Dottor Folco, allora dirigente Rai, mi disse sorridendo: la sua storia folle di questi sei personaggi che si ritrovano casualmente nel medesimo scompartimento di un treno e si scoprano tutti parenti tra loro, ci ha divertito. Gli altri partecipanti ci hanno propinato storie tristi o strazianti, spesso descrivendo le loro corna. Da lì ho conosciuto un editore, purtroppo non importante e ho iniziato a pubblicare.
D:La tua passione per la scrittura ti ha dato grandi soddisfazioni, nel1989 sei stato premiato con il Dattero d’Oro, vuoi commentare questa bella esperienza vissuta alcuni decenni fa?
R: Vissuta quando ero giovane e pieno di entusiasmi … no, gli entusiasmi li ho sempre: io vivo convinto di vivere altri ottanta anni! Il titolo del libro che vinse il Dattero d’Oro a Bordighera era “Bello come il Sole”, una storia geniale impostata su uno scambio di persone e su un intervento di lifting sbagliato. Mi piacerebbe di rileggerlo, mi toccherà di cercarlo usato su Amazon. In quell’occasione, ebbi la mia prima intervista. Ne sarebbe venuto fuori un disastro. E invece, stavo conversando con Renzo Arbore, lui, senza prevaricarmi e dandomi la battuta, mi fece fare un figurone! Un grande amico!
D:Dopo avere incorniciato il dattero d’oro, che hai attaccato orgogliosamente alla parete, hai atteso l’anno 2021 per pubblicare la tua prima raccolta di racconti, per quale motivo ti sei arenato tutti questi anni?
R:Perché gli editori non mi hanno cercato, dopo quel premio, mi attendevo onori e glorie; e offerte da editori importanti e invece …ma forse la colpa è stata anche mia che non mi sono dato da fare a cercarle. Ciascuno è artefice dei propri successi e colpevole dei propri errori. E nella vita se ne commettono tanti! Il più grosso lo riassumo ora, con tanto di titolo “Una Vita Sbagliata”. Io, fin da bambino, ho sempre adorato lo spettacolo. Mentre i miei coetanei raccoglievano le figurine dei calciatori, io raccoglievo quelle degli attori. A dieci anni seguivo i programmi radiofonici di allora, io rammento l’esordio di Alberto Sordi con Amicucci miei della Parrocchietta e poi il Conte Claro. Ricordo Botta e Risposta presentato da Silvio Gigli, e Rosso e Nero presentato da Corrado. Ora sto preparando un lungo intervento su Alto Gradimento, la mitica trasmissione radiofonica che andò in onda su Radio Due negli anni Settanta. In Televisione seguivo le commedie, i programmi di rivista e tutto quello che era spettacolo. Malgrado questa passione innata, malgrado una strepitosa fantasia, non mi sono dato allo spettacolo. A vent’anni, Gianni Meccia, ferrarese come me, è partito per Roma e si è dato alla musica, io non ne ho avuto il coraggio. Mi pareva, quello, un mondo troppo lontano da me, irraggiungibile. Bellissimo quanto impossibile. Roma, dove mi sarei dovuto proporre come soggettista, come sceneggiatore, o regista, o paroliere, mi ha fatto paura! E invece mi sono dato all’imprenditoria restando “un imprenditore prestato alla scrittura e uno scrittore prestato all’imprenditoria”.

D: Dopo avere pubblicato i tuoi racconti nel 2021, non ti sei più fermato e oggi hai cinque pubblicazioni di racconti in attivo, pensi che la tua grande passione per la scrittura si possa considerare anche un lavoro?
R:Diciamo un’attività, già il termine lavoro denota sforzo e fatica, e io da quello che si usa chiamare lavoro ho ricavato sempre piacere, qualunque fosse l’impegno.
D:Nei tuoi racconti i lettori hanno apprezzato l’umorismo, la possibilità di riflettere su alcuni argomenti importanti, la commozione… con le tue pubblicazioni tu vuoi strappare un sorriso oppure vuoi commuovere i tuoi lettori?
R:Le mie storie si alternano, infatti le ho sempre definite storie per sorridere, commuoversi e pensare. Chi mi preferisce quando faccio sorridere e chi quando commuovo. Personalmente mi sento più realizzato quando mi cimento nell’umorismo. Quando affronto quello dell’assurdo, mi convinco davvero di godere di una certa unicità che mi avvicina al mio maestro: Achille Campanile.
D: Nei tuoi racconti c’è spazio anche per la satira politica?
R:Faccio tanta satira politica, ma nel vero senso della parola: rido della politica, mai di uno o dell’altro politico o schieramento.
D: Il giovane Rampante è un tuo racconto molto apprezzato in cui parli di politica, vuoi spiegare in che modo ti accosti al mondo politico con questo racconto?
R: Questo racconto è il classico esempio di satira politica che non fa politica: il giovane rampante non appartiene ad alcuno schieramento. A lui basta emergere, arrampicarsi, diventare qualcuno.
D: In altri racconti hai dato spazio all’amore, in che modo hai trattato questo argomento?
R: Sempre con tanta dolcezza, la stessa che per trentacinque anni mi ha offerto la mia adorata moglie scomparsa sei anni fa. Scusate per l’attimo personale.
D: Quando scrivi un racconto, cerchi di tramettere qualcosa al lettore?
R: No, cerco soltanto di trasmettere il piacere di leggere. Un qualcosa che lo avvinca e lo catturi.
D:Come nasce un tuo racconto? Come lo sviluppi?
R: Il difficile è trovare il personaggio, plasmarlo, caratterizzarlo, dargli una fisonomia, poi, la storia viene quasi da sola.
D: Quali emozioni provi quando completi un tuo racconto?
R: Una gran paura di non riuscire più a scriverne un altro altrettanto avvincente.
D: Qualche tuo racconto ha spinto qualcuno a proporti la realizzazione di un film, da chi hai ricevuto questa interessante proposta? Pensi che presto questa bella idea diventerà una interessante realtà?
R: Ho tre progetti in cantiere, chissà se andranno a buon fine! Un video da mandare al Festival di Lugano tratto dal racconto Un Sorriso pagato a Rate presente nel libro Un Sorriso pagato a Rate e altre 21 storie. Andrea Roncato ha letto per caso il racconto e mi ha spronato a ricavarne la sceneggiatura. Ora ci stiamo sbattendo tutti e due. Poi ho due film: La Moglie del Federale tratta dal libro Un Federale fascista senza Senso dell’umorismo e Il Pacco, tratto dal racconto Quel maledetto Vizio di Rimandare presente nel libro Un Sorriso pagato a Rate e altre 21 storie.

D:Il Natale dell’uomo molto vecchio e altre storie è la tua ultima pubblicazione; in essa vengono trattati temi molto interessanti, vuoi commentare la tua ultima fatica?
R:Dicono che sia il più bello. Alcuni racconti sono umoristici e vanno letti senza anticipazioni, poi ho toccato alcuni temi seri, pur in maniera vivace e accattivante. Con stile molto personale e fuori dai classici crismi letterari, ho parlato di violenza sulle donne, di omosessualità latente, di amicizia tra persone di sesso diverso, di mafia, di gelosia e di amore immenso.
D: Nella tua ultima pubblicazione hai voluto scrivere una lettera ai tuoi idoli, tu hai dei maestri che ti hanno aiutato a scrivere i tuoi racconti?
R: Ne ho quattro che ho raffigurato nelle alette dell’ultimo mio libro, che considero maestri ispiratori, non ne ho riportato la foto e neppure la caricatura. Di ognuno ho fatto estrarre alcuni tratti che li identificano. I personaggi sono Achille Campanile, Totò, Renzo Arbore e Woody Allen. Grazie a loro ho conosciuto il piacere di sorridere: leggendo un libro umoristico, assistendo a un film brillante o ad un divertente spettacolo teatrale o televisivo. Lo devo a loro, se ho scoperto l’arguzia, il brio, l’ironia, il senso del comico e del grottesco.
D:Hai pensato di scrivere un romanzo in futuro?
R: Ho un romanzo nel cassetto, una storia molto bella, ma non mi piace come l’ho esposta, dovrei riscriverla completamente, ma non so se troverò il tempo.
Si ringrazia Enrico Borgatti e gli si augura un buon lavoro per iprogetti futuri.
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