Federica Corbisiero: Benvenuta, Chiara. Ho letto con grandissima attenzione il tuo nuovo libro, “Hikikomori d’Italia. Vite sospese tra isolamento e società“. È un testo che tocca corde sensibilissime e che era assolutamente necessario nel panorama sociologico del nostro Paese. Vorrei iniziare chiedendoti proprio della scelta del sottotitolo. Questo concetto di “vite sospese” rende perfettamente l’idea di un tempo che si ferma. Nel tuo viaggio all’interno di questa realtà, hai percepito questa sospensione più come una scelta di difesa consapevole o come una prigione inevitabile per queste ragazze e questi ragazzi?

Chiara Vergani: Grazie a lei, Professoressa. La verità è che la “sospensione” inizia quasi sempre come un meccanismo di difesa consapevole. Il ritiro è un disperato tentativo di auto-conservazione di fronte a un mondo esterno percepito come ostile, giudicante e insostenibile. Tuttavia, con il passare dei mesi e degli anni, quella che era nata come una fortezza protettiva si trasforma inevitabilmente in una prigione. Il tempo fuori scorre a una velocità diversa, i coetanei vanno avanti, e il divario sociale diventa così ampio da generare un terrore paralizzante all’idea di riaffacciarsi alla vita. La sospensione diventa quindi una trappola cronica da cui è difficilissimo uscire da soli.

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Federica Corbisiero: Questa riflessione mi porta dritta al cuore del problema che analizzi nel volume: il ruolo della società contemporanea. Spesso la cronaca tende a liquidare il problema colpevolizzando la tecnologia o i videogiochi. Nel tuo libro, invece, sposti brillantemente il focus sulla pressione sociale, sulla competizione esasperata e sulle aspettative performative. Qual è il fallimento più grande della scuola e della famiglia di fronte a questo fenomeno?

​Chiara Vergani: Il fallimento principale sta nell’aver scambiato il sintomo con la causa. La tecnologia non è la causa dell’isolamento, ma lo strumento che rende quell’isolamento tollerabile e biologicamente sostenibile. Il vero nodo è la cultura della performance che abbiamo costruito. La scuola è diventata un luogo di valutazione continua anziché di crescita, dove il diritto di fallire non è contemplato. Le famiglie, d’altro canto, spesso caricano i figli di aspettative narcisistiche proiettando su di loro il bisogno di successo. Quando un giovane sente di non poter corrispondere a questi standard ideali, sperimenta una vergogna sociale così devastante che l’unica via di fuga rimasta diventa il totale nascondimento.

​Federica Corbisiero: C’è una parte del testo che mi ha colpita molto, ed è quella dedicata al ritorno, al concetto di “soglia”. C’è un momento in cui l’isolamento rischia di diventare definitivo. Se dovessi indicare alle istituzioni e ai terapeuti un unico, fondamentale punto di partenza per gettare un ponte verso queste vite sospese, quale sarebbe?

Chiara Vergani: Direi senza dubbio l’accettazione incondizionata del loro stato attuale, senza l’ansia del cambiamento immediato. Il più grande errore che si possa fare è forzare la mano, spingere i ragazzi a uscire dalla stanza o a tornare a scuola prima che siano pronti. Il ponte si getta entrando metaforicamente in quella stanza, anche solo attraverso uno schermo, validando la loro sofferenza e facendo capire che il loro valore come esseri umani prescinde da ciò che producono o dai traguardi che tagliano. Solo quando la persona si sente al sicuro dal giudizio, la porta della camera può ricominciare a socchiudersi.

(intervista a cura di Federica Corbisiero, Vicedirettora eudanima.it)

(nella foto: Chiara Vergani)

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