Alla 82° Mostra del Cinema – la Biennale di Venezia 2025 – è stata presentata la pellicola Frankenstein. Regia e sceneggiatura di Guillermo del Toro che ha così commentato il suo lavoro: «Questo film conclude una ricerca che per me è iniziata a sette anni, quando ho visto per la prima volta i film di Frankenstein di James Whale. In quel momento cruciale ho sentito un sussulto di consapevolezza: l’horror gotico è diventato la mia religione e Boris Karloff il mio Messia. Il capolavoro di Mary Shelley è pieno di domande che mi bruciano dentro l’anima: domande esistenziali, tenere, selvagge, senza scampo, come solo una mente giovane può porsi e a cui solo gli adulti e le istituzioni credono di poter rispondere. Per me, però, solo i mostri detengono la risposta a tutti i misteri. Sono loro il mistero. Quindi Frankenstein è un’impresa benedetta, mossa dalla reverenza e dall’amore sia per il mistero che per i mostri. L’origine di tutti loro – la storia di un padre prodigo e di un figlio perduto – Giobbe e Lazzaro in dialogo con un unico creatore e alla ricerca di tutte le risposte. Come facciamo tutti»[1].

Ispiratrice è ancora una volta, sfidando il tempo, Mary Shelley e il suo genio creativo, con il romanzo Frankenstein, ovvero il Prometeo moderno datato 1817. A lei, a una donna, dobbiamo essere grati per averci regalato un capolavoro letterario di una bellezza unica, che ha ispirato negli anni artisti, letterati, filosofi, drammaturghi e cineasti. Continui sono gli adattamenti per il teatro, musical, fumetti e videogiochi.

Il recente lavoro del regista messicano, si accoda ai numerosissimi capolavori, a partire dal cortometraggio muto del 1910 e alle tante parodie.  Da Il cervello di Frankenstein del 1948, diretto da Charles Barton a Frankestein Junior del 1974 di Mel Brooks con l’indimenticabile Gene Wilder. Altra pellicola di grande fascino è “Povere creature” di Yorgos Lanthimos. Si tratta dell’alter ego al femminile del mostro. Un omaggio alla donna che riscatta la propria femminilità ed emancipazione, cercando la propria affermazione e indipendenza al di là di ogni “ordine precostituito”.

Devo confessare che prima ancora di venire a conoscenza dell’adattamento del noto regista del Toro, avevo ripreso tra le mani l’opera di Mary Shelley[2] ed ero rimasta nuovamente affascinata e provocata da antiche e nuove domande che il testo letterario non manca di far riaffiorare, ad ogni lettura, un po’ come testimoniato da coloro che hanno messo mano alle rivisitazioni artistiche.

Delle tante provocazioni la scelta cade, nel presente articolo, in modo particolare su da due filoni: esteriorità e perdita del nome.

 Va precisato anche che il taglio che intendo dare, attinge a quell’arte maieutica che aiuta a partorire alcune riflessioni qui condivise e su cui poi il lettore potrà approfondire e/o aprirsi a nuove altre. Quindi nessuna pretesa esaustiva, e né tantomeno di giudizio, ma, al contrario, uno stimolo alla ricerca aperta e libera a nuove visioni sulla vita da esplorare, con tutte le sue complicanze.

Mary Shelley, dunque, con il suo “Frankenstein” ci parla ancora oggi e ci stimola a ragionare sulla relazione tra l’uomo techne e la sua carne, il suo corpo e le sue scelte “ibride-plastiche”, e la sua carne decorata. Come la creatura di Frankenstein così il corpo contemporaneo è composto di pezzi estranei, di altri corpi o di altro materiale. Volti artefatti o mostri? E ci chiediamo come e se queste parti possono influenzare la psyché dell’individuo.

Nella pagina che precede la Prefazione dell’opera di Shelley vengono riportate le suggestive parole che la “creatura” rivolge allo scienziato, suo Fattore, Victor Frankenstein: «Chiuso entro la mia creta, t’ho forse io chiesto, Fattore, di diventar uomo? T’ho forse chiesto io di suscitarmi dalle tenebre?»[3].

In queste prime righe l’autrice ci introduce in quel travaglio interiore che il “mostro” o “essere” si trova a fronteggiare lungo il tortuoso ed infelice percorso in vita.

Fa eco alla nostra memoria quella stessa infelicità di Giobbe che, per le vicende catastrofiche della sua vita, si rivolge a Dio dicendo: «Maledetto il giorno in cui son nato e la notte in cui fui concepito! Quel giorno sia solamente tenebre, Dio più non se ne curi dall’alto, né luce su di esso più risplenda!»[4]

Ma se provassimo, nella rilettura del romanzo di Shelley a identificare il Fattore con la creatura, e viceversa? Il focus è sul corpo. L’uomo contemporaneo ri-crea il suo corpo. Scinde la sua unitarietà anima-corpo? Oppure ricerca la sua essenza nella manipolazione del proprio corpo?

La chirurgia estetica, al pari dell’elettricità in Frankenstein quale creatura origina? La creatura viene “ri-fatta” e si lascia “ri-fare” dal suo “scienziato” (alter ego della sua volontà) che la partorisce nuovamente, e non una volta soltanto, ma in ogni suo rifacimento.

Questo corpo è altresì marchiato attraverso ornamenti artistici, la carne viene dipinta e “scritta” ed è sottoposta a “cancellazioni” e a nuove sovrapposizioni pittoriche o grafiche. Un corpo-carne sacrificato a continue “rivisitazioni” e marchi come i punti di sutura e cicatrici del “mostro”. 

Un fenomeno sociologico che gli esperti spiegano in termini di “paura della morte”, in questo modo la chirurgia diventa strumento, spauracchio, che serve ad allontanare i segni della vecchiaia. Una realtà ben rappresentata nella indimenticabile commedia di Robert Zemeckis La morte ti fa bella, con Maryl Streep, Goldie Hawn e Bruce Willis. Quello che le due donne si contendono, non è tanto il loro compagno, ma una ricerca insaziabile dell’apparire. Esteriorità a discapito dell’interiorità. È questa l’epoca che stiamo vivendo?

L’opzione per l’esteriorità non annulla l’inquietudine interiore e quel malessere che accompagnano le vite di ogni epoca, compresa l’attuale. Fatti di cronaca ci riportano “confessioni” sulle proprie scelte più intime, seppur in un contesto di spettacolarizzazione, sul proprio corpo ri-fatto e in continuo rifacimento.

Simile a quanto accade a Victor Frankenstein, che trova nell’elettricità “il principio di vita”, l’essere umano contemporaneo, come Prometeo, di fronte a questa sua nuova potenza “creatrice” che lo rende “fattore” di sé stesso, diventa febbricitante facendo sue quelle stesse parole: “Per questo mi ero negato riposo e salute. Avevo desiderato il successo con un ardore che trascendeva ogni moderazione…[5].

Eppure, quello stesso Victor, sembra ci parli oggi, e in modo altrettanto accorato: “Imparate da me – se non dai miei consigli, dal mio esempio – quanto pericoloso sia l’acquisto della scienza, quanto più felice sia chi crede mondo la sua città, di chi aspira a elevarsi più di quanto la natura consenta”[6].

Victor commenta, la sua scelta. È come se prendesse coscienza della condanna causata da quella hybris di odissea memoria che provoca l’ira degli dèi.

Qui non si tratta di esprimere un giudizio, anzi, facciamo giuramento di epochè, mettendo tra parentesi giudizi perentori e traslazioni di parti. Vogliamo essere in questa rilettura, come il Capitano Robert Walton, che ascolta la narrazione dell’infelice Victor per raccontarla poi a sua volta, alla sorella Margaret[7]. Non possiamo farci sordi a quella domanda tacita che tra le righe del romanzo risuona, e cioè in che termini il corpo ci appartiene e, quanto siamo liberi di fare del corpo ciò che vogliamo?

In quello che sembra un eccesso e superamento di ogni moderazione, l’essere umano della società contemporanea appare concentrato su sé stesso, in una visione altamente egologica; interviene sul proprio corpo, modellandolo secondo un concetto di perfezione, dettato dalla moda e dall’omologazione.

Appare un primo ossimoro: chiusura egoica e omologazione-massificazione. La non apertura all’altro sembrerebbe manifestarsi in una chiusura sterile e voyeuristica dell’altro, si spia la vita dell’altro spesso dallo schermo di un dispositivo immaginandolo felice, così come la creatura del romanzo spia dal suo rifugio i vicini giorno dopo giorno: «Esaminando il mio rifugio, mi accorsi che una delle finestre della casa aveva una volta dato su di esso, ma che ora i vetri erano stati sostituiti da pannelli di legno. In uno di questi pannelli c’era una fessura minuscola, quasi impercettibile, tale da permettere appena il passaggio dello sguardo. Attraverso questa fessura si vedeva una piccola stanza imbiancata a calce e pulita, ma quasi priva di mobili».[8] La creatura è indotta ad imitare, ricercare, a trovare consenso e accoglimento. Un bisogno di omologazione? O bisogno di “riconoscimento”, in termini di accettazione di sé e della propria unicità.

Come in un processo simile sembriamo oggi disposti a sottoporre le nostre membra a “rivisitazioni” e a “rimodellamenti”.

Trovo altrettanto interessante, ed inquietante, la mancanza di un nome. Nel romanzo viene chiamato infatti “mostro”, “creatura” o “essere” ma manca di una sua identità e unicità. È forse l’assenza del nome a renderlo tale? Per l’esteriorità l’uomo contemporaneo ha abdicato alla sua unicità, e in essa il bisogno spasmodico di completamento nell’altro “simile a sé stesso”, come violenza e inganno di una possibile relazione. Nel romanzo vediamo che Victor pur avendo in un primo momento ceduto alla tentazione di consegnargli una compagna, ma perché ricattato e “per un interesse personale” si chiede se aveva il diritto di “infliggere una simile condanna alle generazioni future (…) ma ora, per la prima volta, mi colpì la malvagità della mia promessa; rabbrividii al pensiero che le età future avrebbero potuto maledirmi come la loro rovina, come colui che, nel suo egoismo, non aveva esitato ad acquistare la propria pace a prezzo, forse, dell’esistenza dell’intera razza umana”[9].

Il passo appena letto ci suggerisce che il moltiplicarsi di “copie” e “somiglianze”, non promettono autentica relazione – frutto di diversità ‒ ma la creatura contemporanea sembra smarrire il proprio “nome” – in termini di identità e unicità. Ed è come se la maledizione della “creatura” si fosse attualizzata nel tempo. Forti sono le sue parole: «tu ti credi infelice, ma io posso farti diventare così sciagurato da renderti odiosa la luce del giorno. Tu sei il mio creatore, ma io sono il tuo padrone: obbedisci!» È come se quel corpo, divenendo alter ego della creatura intima alla sua essenza, senza nome, rievocasse le stesse parole che udì Victor dal suo mostro: «Può darsi che muoia, ma prima tu, mio tiranno e mio torturatore, maledirai il sole che sarà testimone della tua angoscia. Bada! Non ho paura e sono quindi onnipossente. Ti sorveglierò con l’astuzia di un serpente, per poterti pungere con il mio veleno. Uomo, ti pentirai delle umiliazioni che mi infliggi»[10].

L’assenza del nome-identità pone l’uomo in balia di sé stesso. Nella cultura ebraica, e in tutto il pensiero occidentale, l’importanza del nome è fondamentale perché esso identifica l’essenza della propria unicità.

Anche da questa realtà ci stiamo allontanando e così, come nel romanzo, diveniamo “creatura”, “mostro”, “essere”.  Il nome non come ornamento ma come fondamento per la costruzione del senso, una continua ricerca e confronto con il profondo sé, con quel daimon che orienta e dà senso e significato all’esistenza. La creatura modifica le sue orecchie (otoplastica) e non potenzia l’udito per ascoltare l’esortazione dal tempio di Apollo a Delfi “Conosci te stesso”, che Socrate ci ha trasmesso.

Il corpo-carne dell’uomo-creatura nel tempo arriva a spegnersi. Quello status ambiguo e vulnerabile della carne entra in conflitto con ciò che il fattore-creatura guarda allo specchio. Cos’è che genera tutto ciò? Cos’è che vede o non vede la creatura allo specchio?

Subisce l’uomo contemporaneo lo stesso fascino che subisce Victor Frankenstein quando afferma: «Uno dei fenomeni che maggiormente aveva attirato la mia attenzione era la struttura del corpo umano, o meglio, di ogni essere vivente. «Da dove procede il principio di vita? Mi chiedevo spesso. Era una domanda ardita, una domanda che è sempre stata considerata senza risposta possibile […] Per indagare le cause della vita, dobbiamo prima fare ricorso alla morte»[11].

Fare i conti con la morte. Evidentemente l’essere contemporaneo vuole ridar-si vita. Mentre Victor trova nell’elettricità la causa della vita, la creatura contemporanea la trova nel bisturi, nella chirurgia estetica.

La creatura riesce veramente a risuscitare sé stessa a nuova vita? La struttura ambigua dell’uomo è causa del suo stesso delirio di onnipotenza? Sono chiare le parole che il mostro rivolge a Victor: «Ho condannato alla disperazione il mio creatore, prototipo di tutto ciò che fra gli uomini è degno d’amore e di ammirazione; l’ho perseguitato fino alla morte. Eccolo che giace, là, bianco e freddo. Tu mi odii, ma il tuo disprezzo non può eguagliare quello con cui io considero me stesso»[12].

Quale l’epilogo? Muore il suo spirito interiore, muore ciò che lo teneva in vita. «Come egli ebbe agio di riflettere, il suo dolore si fece solo più acuto e cocente, e alla fine si impadronì con tanta tenacia del suo spirito, che in capo a tre mesi egli si ammalò e fu costretto a mettersi a letto, incapace di qualsiasi attività»[13].

Georges Bernanos, scrittore francese soleva affermare: “Non comprendiamo assolutamente nulla della civiltà moderna se non vediamo che essa è una cospirazione universale contro ogni genere di vita interiore”. Alla luce di questa considerazione ci chiediamo dunque che cosa è veramente bisognoso di soccorso, il corpo o il suo spirito interiore? Come uscirne?

E allora più che rivestire il corpo di nuova fattura, forse sarebbe saggio seguire quanto il noto comico, drammaturgo e scrittore Alessandro Bergonzoni, indica: “Più che il seno rifatevi il senno”.

Lascio aperta la riflessione a voi lettori.

Maria De Carlo – Direttora

Il presente articolo è stato pubblicato sulla rivista scientifica Filosofia.0 (Transiti e transizioni. – La Carne) 

 

La rivista Filosofia.0 è un progetto editoriale e scientifico ideato dalla filosofa Giovanna Borrello (direttrice) con il contributo di Michele Mezza e Francesco Donato Perillo. Nata a Napoli, la rivista si focalizza sul rapporto tra l’essere umano, l’etica e l’impatto dell’intelligenza artificiale”. 

[1] Si veda, https://www.labiennale.org/it/cinema/2025/venezia-82-concorso/frankenstein

[2] M. Shelley, Frankenstein ovvero Il Prometeo moderno, RCS Editori, Milano 2002.

[3] Ivi, p. 13.

[4] Giobbe 3,1-4.

[5] M. Shelley, Frankenstein ovvero Il Prometeo moderno, op. cit., p. 59.

[6] Ivi, p. 54.

[7] Ivi, pp. 17-33.

[8] Ivi, p. 114.

[9] Ivi, p. 176.

[10] Ib. p. 178.

[11] Ibidem, p. 52.

[12] Mary Shelley, Frankenstein ovvero Il Prometeo moderno, RCS Editori (edizione speciale per il Corriere della Sera), Milano 2002, p. 239.

[13] Ibidem, p. 35.

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